Il Cloud (Microsoft) quale acceleratore della compliance GDPR – 2a parte

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Nello scorso blog post vi avevo lasciato con una domanda che qui riprendo:

dal momento che il contratto cloud di Microsoft include già le tutele contrattuali necessarie, posso dire quindi di aver già soddisfatto tutti i requisiti di conformità GDPR nell’utilizzo di tali servizi ?

Per comprendere in quale misura le tutele contrattuali siano in grado di coprire i requisiti di conformità GDPR nel caso di servizi cloud è necessario rifarsi allo schema classico del NIST che descrive le varie tipologie di cloud pubblico possibili:


In questo schema, valorizzato in alto nel contesto delle soluzioni Microsoft, si potrà riconoscere come varia il livello di corresponsabilità operativa quando ci si sposta da uno scenario puro on-premise a sinistra (dove tutto è gestito dal cliente), via via verso modelli di cloud che fanno aumentare l’ambito operativo in carico al Cloud Service Provider (CSP), dove il modello di tipo Software as a Service (SaaS) a destra è quello più estremo in cui potrà apparire che sia quasi tutto in carico al CSP, e quindi Microsoft.

Se ci riflettete, questo modello di corresponsabilità operativa che varia in base al tipo di servizio cloud, si può leggere anche per chiarire come variano le tutele contrattuali che un CSP è in grado di fornire: maggiore è la responsabilità operativa, maggiore la responsabilità anche ai fini compliance (vedi riquadro rosso nella figura che segue):


Ma è bene aver chiaro che (attenzione, questo è il punto cruciale di questa spiegazione!) questo ambito di cui stiamo parlando è solo il primo dei possibili livelli su cui è necessario introdurre dei controlli di sicurezza per garantire una adeguata protezione del dato quando si considera l’utilizzo di servizi in cloud (come ricorda la nota “(1)-Cloud Security Level” che ho riportato in basso a destra nell’immagine che ho appena riportato).

Quali sono gli altri livelli? Ecco, schematizzando una interazione tra un endpoint (un PC, un tablet, uno smartphone, un dispositivo IoT, etc..) ed un servizio applicativo in cloud, questo di seguito potrebbe essere un modello che vi fa apprezzare quanti altri livelli di sicurezza vanno considerati:


Il primo livello di cui detto è solo quello relativo all’infrastruttura cloud realizzata per offrire l’applicazione considerata: per questo livello vale quanto già detto, ossia più il tipo di cloud è verso il SaaS, maggiore è la responsabilità operativa (e di compliance) in carico al CSP.

E’ però fondamentale riconoscere che esiste un ambito intermedio che permette l’interazione tra l’endpoint e l’applicazione cloud che va considerato come ulteriore anello da mettere in sicurezza.

Nel contesto delle soluzioni Microsoft ho ritenuto utile distinguere questo ambito intermedio in due livelli:

  • Livello 2: sono le funzionalità di sicurezza native della stessa applicazione cloud di interesse. Disponibili come parte della stessa applicazione, ma con attivazione e gestione ancora a carico del cliente.
  • Livello 3: sono soluzioni di sicurezza di infrastruttura, offerte come soluzioni aggiuntive che sta al cliente valutare, ed eventualmente acquisire ed attivare.

Ultimo, ma non meno importante, bisogna ricordare che non si può tralasciare di rafforzare la sicurezza dell’endpoint.

Facciamo un esempio pratico per farvi ritrovare con applicazioni e soluzioni reali: supponiamo che la “Cloud Application” sia Exchange Online come parte della suite Microsoft Office 365.

Il Livello 1 è l’infrastruttura cloud Microsoft per offrirvi la soluzione di posta in cloud, su cui – in quanto SaaS – la quasi totalità della gestione operativa e quindi delle tutele compliance è di Microsoft. Sta a Microsoft documentare quanto bene si operi la gestione di tale livello per garantire un trattamento a norma.

Il Livello 2 è rappresentato dalle funzionalità di sicurezza (Identity Protection, Information Protection, Threat Protection, etc) incluse nativamente in Office 365/Exchange Online. In ambito clienti medio-grandi, queste variano in base ai piani di licenza Enterprise: maggiore il livello di licenza/piano Enterprise, maggiori le funzionalità incluse.

Prendiamo in esame la funzionalità di autenticazione per accedere alla casella di posta: normalmente i clienti realizzano una federazione di identità per riutilizzare l’identità e le credenziali on-premise di Active Directory per accedere in Single Sign-On (SSO) alla casella ospitata sul cloud.

In questo caso la robustezza dell’accesso alla casella di posta è legata a quanto sia protetta l’identità on-premise e quanto sia robusta la relativa password: il governo di questo anello della catena di sicurezza è ancora in carico al cliente nonostante la casella sia ospitata sul cloud Microsoft!!

Continuando con l’esempio, se il cliente disponesse di piani di licenza Office 365 E3, avrebbe a disposizione delle funzionalità di Multi-Factor Authentication (MFA) per rendere più robusto l’accesso alla posta (tramite l’uso di un cellulare che può ricevere il secondo fattore di autenticazione, come quando accediamo al conto corrente bancario online): decidere se usare questa funzionalità ed attivarla, è ancora una prerogativa in carico al cliente! (quindi ancora una sua responsabilità in ottica compliance/GDPR)

Le funzionalità MFA incluse in Office 365 E3 permettono di essere applicate come singolo interruttore ON/OFF per tutti gli utenti e per tutte le applicazioni della suite (Exchange, Sharepoint, Onedrive for Business, Skype for Business, etc…) senza possibilità granulare di attivazione per singolo utente/gruppo o per singola applicazione: è solo con l’utilizzo di una soluzione di livello 3, Azure MFA (acquisibile singolarmente o come parte della suite di soluzioni di sicurezza denominata Enterprise Mobility & Security (EMS)), che è possibile guadagnare la massima capacità funzionale e in particolare la granularità di poter abilitare l’MFA solo per alcuni utenti/gruppi o solo per alcune applicazioni.

Decidere se adottare tale soluzione per rispondere al meglio ad alcuni requisiti compliance/GDPR è ancora una prerogativa del cliente!!

Come lo è anche decidere le soluzioni di sicurezza da implementare a livello di endpoint: cosa dite, ai fini compliance/GDPR è la stessa cosa decidere di mantenere i client su Windows XP (ormai non più supportato e quindi non più protetto dagli aggiornamenti di sicurezza), o evolvere verso il recente e quindi più robusto/aggiornato Windows 10??

Se quindi applicassimo il modello di sicurezza che vi ho appena proposto (in presenza di una applicazione cloud) allo scenario di esempio della produttività personale con soluzioni Microsoft, questo sarebbe il risultato corrispondente:


La suite di soluzioni Microsoft 365 (che racchiude licenze e relative funzionalità di Windows, EMS ed Office 365) è in grado quindi di offrire sia le tutele contrattuali dovute in quanto soluzioni cloud (livello 1) sia di offrire le soluzioni tecnologiche necessarie per mettere in sicurezza il trattamento del dato sugli ulteriori livelli (Livello 2, livello 3, livello Endpoint) che serve comunque indirizzare per un adeguata gestione del rischio.

Vi lascio con una considerazione per permettervi di fare un confronto con le altre soluzioni cloud sul mercato: tutti i Cloud Service Provider dovranno offrirvi (entro il 25 maggio) le tutele contrattuali GDPR per il livello 1, ma quanti sono in grado di offrirvi anche un insieme di soluzioni di sicurezza che si integrino tra di loro nel modo migliore possibile e verso le soluzioni on-premise per mettere in sicurezza gli altri livelli??

E per il confronto con le soluzioni totalmente on-premise? Nel caso di scenario puro on-premise tutta la catena di controlli e quindi di tutele tecnico-organizzative è solo in carico al cliente con tutto quello che ne consegue in termini di costi e tempi… mentre le soluzioni cloud, che – ripeto – devono essere contrattualmente conformi alla GDPR, permettono sia di “trasferire” una parte della gestione e quindi del rischio e di realizzare soluzioni di protezione in modo significativamente più rapido ed efficace di quanto si possa fare on-premise.

Ecco perché il Cloud, e solo quello Microsoft (per la capacità distintiva di offrirvi anche soluzioni di sicurezza di infrastruttura integrate tra loro), è a tutti gli effetti considerabile quale acceleratore della compliance (sia in generale che quella GDPR, nello specifico di questo momento storico), e questa a sua volta in grado di poter agire da acceleratore per la trasformazione digitale tanto necessaria e finora spesso frenata proprio dalle perplessità sul cloud nei confronti della conformità normativa.

Ai prossimi post il compito di illustrarvi questo insieme davvero ricco di funzionalità di sicurezza incluse in Microsoft 365.

P.S. ricordo il post che agirà da sommario di tutti i miei post a tema GDPR:

A presto!

 Feliciano

@felicianointini
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Ignite 2017: gli annunci a supporto della compliance GDPR

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L’avvio lunedì della nostra conferenza annuale dedicata ai clienti Enterprise e alla community degli IT Professional, il Microsoft Ignite 2017, mi fornisce l’occasione di ripartire con slancio nella condivisione dei temi CyberSecurity, Privacy e Compliance su piattaforma Microsoft, con l’impegno a fornirvi almeno un post a settimana (ora l’ho scritto e non posso più tirarmi indietro…).

Nonostante le numerose novità in ambito Security possano tutte essere considerate di supporto alla compliance GDPR, inizierò in questo post con la condivisione degli annunci specifici di risorse in questo ambito:

New Microsoft 365 features to accelerate GDPR compliance : ve ne sottolineo solo alcune…

  • Annuncio del “Compliance Manager“: questa è probabilmente la notizia più attesa di cui vi avevo dato già un’anticipazione nel mio post precedente. Abbiamo annunciato l’arrivo in novembre della preview gratuita della soluzione tipo GRC (Governance, Risk and Compliance) che permetterà di:
    • Realizzare risk assessment in tempo reale sui Microsoft cloud services
    • Acquisire informazioni utili sullo stato della configurazione di tali servizi online per poter intervenire per migliorare la protezione dei dati
    • Semplificare i processi di compliance tramite strumenti nativi di gestione dei controlli e strumenti di reporting che producano report pronti da condividere in caso di audit/ispezioni
    • Le normative/standard che saranno inizialmente oggetto di questa soluzione sono la GDPR, le principali ISO (ISO 27001 e ISO 27018) e le principali NIST (credo a partire dalla NIST 800-53).
    • Maggior dettagli al post Manage Your Compliance from One Place – Announcing Compliance Manager Preview Program
  • General Availability del servizio di “Customer Encryption“: è quello che indicavamo come Bring-Your-Own-Key (BYOK) per fornire al cliente il controllo delle chiavi di cifratura che i servizi Office 365 usano per l’encryption at-rest.
  • Microsoft’s Information Protection: annuncio dell’impegno in corso ad unificare le diverse soluzioni di Information Protection (CLP = Classification, Labeling & Protection) attraverso tutta la piattaforma Microsoft per abilitare una consistente ed integrata capacità di utilizzo della stessa modalità di CLP in tutti i prodotti Microsoft.
  • & a lot more su cui ritornerò nei miei post successivi…
  • Segnalo infine il nuovo whitepaper Accelerate your GDPR compliance journey with Microsoft 365

Windows resources to help support your GDPR compliance

Sono in particolare due nuovi whitepaper:

Infine ricordo il mio post che agirà da sommario di tutti i post a tema GDPR:

A presto!

Feliciano

@felicianointini
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Attacco ransomware #WannaCry : risorse utili e chiarimenti

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[ Blog post aggiornato lunedì 22/05/2017 10:00 con nuovi link, chiarimenti e FAQ su #Adylkuzz , #Athena , #WanaKiwi ]

Come è ormai tradizione di questo blog, specialmente in occasione di attacchi di alto impatto come quello che stiamo osservando da venerdì scorso, denominato #WannaCry (anche detto #WannaCrypt #WannaCryptor #Wcry …), sento l’opportunità di potervi aiutare ad orientarvi rispetto alle risorse più significative di approfondimento, e parallelamente la necessità di aiutare a fare chiarezza su potenziali rischi di disinformazione.

Principali risorse di approfondimento pubblicate da Microsoft:

Il blog del Microsoft Security Response Center (MSRC) è la risorsa principale:

che rimanda alle varie altre fonti di approfondimento, che vi riassumo di seguito per comodità:

Alcune mie personali risposte a domande frequenti (FAQ) che spero aiutino a fare chiarezza:

  • (FAQ1) Perché questa campagna ransomware ha avuto questo impatto globale? In che cosa è diversa dalle precedenti?
    • La pericolosità di questa minaccia risiede nell’aver combinato in un solo attacco 2 tipologie di malware: un codice di tipo ransomware encryption che agisce in modo classico nel cifrare i file del PC della vittima e chiedere il riscatto relativo, ed un codice di tipo worm che ha la capacità di propagarsi automaticamente all’interno di una rete (tipicamente aziendale) permettendo al primo codice di essere copiato e quindi infettare tutti i PC che riesce a contattare se vulnerabili rispetto alla vulnerabilità di rete utilizzata (nel caso specifico è la già citata “EternalBlueCVE-2017-0145 ). Un modo ingegnoso di amplificare l’infezione da ransomware che fino ad ora dipendeva solamente dall’adescamento degli utenti tramite email di phishing con allegati o link pericolosi. In virtù di tale meccanismo combinato è bastato che un solo dipendente sia rimasto vittima dell’apertura di allegato infetto, per scatenare la propagazione all’interno della propria azienda, con impatto tanto più elevato quanti più sistemi accesi e vulnerabili (=non aggiornati rispetto alle patch MS17-010 rese disponibili lo scorso marzo, o non aggiornabili perché così obsoleti da essere fuori supporto) fossero raggiungibili dal meccanismo casuale di replicazione del worm.
  • (FAQ2) Qual è stato il vettore di attacco primario?
    • Credo sia molto probabile che sia stata la modalità tradizionale di email di phishing inviate a pioggia in tutto il mondo, con allegato PDF infetto da ransomware, anche se non è stata ancora data evidenza di quale siano state le email utilizzate per adescare i primi utenti. Di fatto qualsiasi modalità tradizionale di attacco in grado di indurre l’utente ad entrare in contatto con un contenuto pericoloso (social engineering), apertura di file da allegati email, allegati/video condivisi tramite social network, file su chiavette USB,… è un possibile vettore di attacco primario. [Aggiornamento] Dalla mancata evidenza di tali email di phishing e dalle analisi di cui leggo si sta sempre di più accreditando l’ipotesi che il vettore di attacco primario possa essere stato un altro: le più probabili a questo punto sono l’infezione via rete di sistemi che espongono direttamente le porte SMB su Internet (vedi FAQ4) e la compromissione di sistemi gestibili sempre tramite Internet via protocollo RDP se dotati di password deboli di accesso e quindi vulnerabili ad attacchi di tipo Brute Force (sintesi per i non tecnici=la possibilità di indovinare le password per tentativi), entrambe very bad practice sui fondamentali di sicurezza…
  • (FAQ3) Si può immaginare un attacco internazionale organizzato e mirato verso le aziende che sono state maggiormente colpite?
    • Anche se lo chiariranno le indagini che si stanno attivando a tale scopo, personalmente non lo credo, o almeno non in prima battuta per la prima ondata di attacchi partiti venerdì 12: appare solo un meccanismo ingegnoso per aumentare l’infezione da ransomware che ha potuto purtroppo avere un impatto significativo nelle realtà aziendali dotate di sistemi obsoleti e/o con processi non efficienti (o addirittura assenti) di aggiornamento dei sistemi. A supporto della mia personale percezione c’è la constatazione che la prima variante di WannaCry / WannaCrypt non è stata attrezzata con funzionalità in grado di carpire credenziali o loro derivati (hash) una volta infettato il sistema vittima, segno della non volontà di approfittare dell’infezione ransomware per predisporsi a realizzare un attacco persistente. Questo naturalmente vale per la prima variante e nulla esclude, anzi il rischio che questo accada d’ora in avanti è molto alto, che l’evidenza di efficacia di questo approccio (phishing>ransomware+worm) possa essere usato per realizzare la base per attacchi persistenti molto più pericolosi da rilevare.
  • (FAQ4) Sono più a rischio gli utenti finali o le aziende?
    • Gli utenti finali sono tipicamente solo esposti alla minaccia di essere adescati dalla email di phishing se decidono di aprire l’allegato pericoloso o seguono un link pericoloso (o se rimangono vittima di tutti gli attacchi di social engineering già elencati alla FAQ2), perché le connessioni da casa non dovrebbero permettere ai PC di essere contattati da Internet sui protocolli SMB usati per l’attacco di replica. Per le aziende vale invece quanto indicato alla FAQ1, con una situazione che le rende molto più esposte al rischio di essere compromesse in modo massivo, a causa della propagazione interna del worm dopo la prima infezione, sempre che vi siano sistemi vulnerabili accesi. Sono inoltre emerse notizie di sistemi aziendali che hanno esposto il protocollo SMB in modo che sia accedibile da Internet: questo è davvero una very bad practice
  • (FAQ5) E’ vero che Windows 10 è immune a questo attacco? Per quale motivo lo è?
    • Il codice utilizzato dalla parte worm della variante osservata in questi primi giorni prende di mira versioni di Windows precedenti perchè probabilmente sfrutta exploit già collaudati ed efficaci sulle versioni più datate di Windows, che è anche più probabile non siano state adeguatamente aggiornate, come si è dimostrato vero. Inoltre Windows 10 è strutturalmente più robusto e ha trasformato la modalità di aggiornamento verso gli utenti finali rendendo obbligatoria l’installazione delle patch di sicurezza quando rilasciate il secondo martedì di ogni mese. Alla luce di quanto avvenuto credo si riesca a capire meglio il senso del modello di Windows as a Service come approccio che possa contribure a migliorare il livello generale di sicurezza dell’ecosistema globale: le patch di sicurezza vanno installate non appena disponibili e solo l’innovazione costante può garantire un efficace contrasto all’altrettando rapida evoluzione delle minacce.
  • (FAQ6) L’attacco è ancora in corso? In che senso si parla di attacco bloccato dal ricercatore MalwareTech?
    • Personalmente la presenza di questa funzionalità del malware che è stata usata come “kill switch” è l’aspetto che mi ha sorpreso di più: vi segnalo l’articolo che credo abbia colto il senso esatto di quanto sia successo, una probabilmente casuale ma tanto provvidenziale registrazione del finto dominio usato per evadere i tentativi di analisi ha di fatto bloccato la propagazione della specifica variante lanciata in questi giorni. Il problema è che si ha già notizia che possano propagarsi varianti prive di tale meccanismo, quindi in ultima istanza ci si deve sempre affidare all’aggiornamento dei sistemi come metodo di protezione definitiva rispetto allo sfruttamento di questa specifica vulnerabilità. [Aggiornamento] Altre analisi, tra cui quella del MMPC che vi ho riportato in alto, chiariscono dettagli più esatti rispetto all’articolo che vi segnalato in questa FAQ.
  • (FAQ7) Il rischio di impatto in ambito aziendale ha dei fattori mitiganti? Esempio, il worm si propaga solo da e verso sistemi in dominio?
    • Purtroppo non vi sono fattori mitiganti perché la componente di codice worm non ha bisogno di conoscere credenziali, può infettare qualsiasi sistema vulnerabile sia raggiungibile sulla rete con una connessione anonima. Si può quindi anche ipotizzare uno scenario, preoccupante ma reale, di un consulente esterno dotato del proprio PC, e quindi non sottoposto alle protezioni aziendali di chi lo ospita, che possa infettare la rete intranet semplicemente per la connessione – anche wireless – che gli viene offerta per collaborare per accedere a share di rete SMB (quindi non nel caso di accessi documentali tipo SharePoint/SharePoint Online). Ancora una volta è l’aggiornamento dei sistemi client e server l’unica modalità di prevenzione e protezione efficace.
  • (FAQ8) Quali sono le raccomandazioni per un utente finale?
    • Quelle classiche,
      • 1) Se non già fatto, adottare il prima possibile la versione più aggiornata del software in uso, a partire dal sistema operativo (Windows 10 !!!) ma non tralasciando di aggiornare qualsiasi software sia in grado di maneggiare contenuti esterni (quindi praticamente tutto ).
      • 2) Tra le applicazioni da mantenere assolutamente aggiornate rientrano ovviamente le soluzioni antimalware/antispam (Windows 10 include nativamente Windows Defender).
      • 3) Non smanettare per aggirare (su Windows 10) o disabilitare (sulle versioni pre-Windows 10) l’impostazione di aggiornamento automatico che permette al sistema di essere sempre protetto con le ultime patch di sicurezza non appena rilasciate. Pensate come se Windows 10 fosse la vostra auto digitale: che senso avrebbe rifiutare la disponibilità del tagliando mensile gratuito in grado di mantenere l’auto sempre nello stato migliore possibile di manutenzione e sicurezza?
  • (FAQ9) Quali sono le raccomandazioni per le aziende?
    • In aggiunta alle prime 2 già fornite per l’utente finale che valgono altrettanto per le aziende, le altrettando classiche:
      • 1) Rendere efficiente e snello il processo di aggiornamento dei sistemi, per poter installare il prima possibile e in modo completo le patch di sicurezza, nello specifico l’aggiornamento MS17-010. Ricordo che già da sabato Microsoft ha reso disponibile gli aggiornamenti anche per le versioni dei sistemi operativi non più supportati, anche nella versione localizzata in italiano, trovate i link in fondo al post MSRC.
      • 2) Sui sistemi su cui non sia comunque possibile intervenire con aggiornamenti, provvedere a disabilitare il protocollo SMBv1 (ricordo che Microsoft ha sconsigliato l’utilizzo di SMBv1, laddove possibile).
      • 3) Adottare soluzioni di sicurezza con approccio defense-in-depth per aggiungere livelli di protezione rispetto alle dinamiche di attacco 0-day / APT (vedi paragrafo che segue su soluzioni di sicurezza Microsoft in tale ambito).
  • (FAQ10) Si sente parlare di una nuova versione/variante di malware denominata #Adylkuzz , in che modo è legata a WannaCry?
    • Da quanto leggo, esempio qui, si tratta di un malware che, pur con obiettivi diversi (sfruttare di nascosto la risorse di calcolo del sistema vittima – che ne soffrirà in termini di prestazioni – per coniare la cryptovaluta Monero), sfrutta le stesse vulnerabilità di WannaCry per propagarsi/infettare >> quindi le raccomandazioni fornite per WannaCry sono altrettanto valide.
  • (FAQ11) Una rivelazione di Wikileaks ha segnalato l’esistenza di un nuovo malware denominato #Athena . Windows 10 è vulnerabile a questo malware come si legge?
    • Da tutti gli articoli e i tweet che ho letto fino al momento di questo aggiornamento [venerdì 19/05/2017 19:00] non emerge alcun dettaglio tecnico che faccia pensare che questo malware sfrutti una vulnerabilità non nota a Microsoft per “infettare” Windows 10. Leggo, ad esempio qui, di capacità di nascondersi alla detection, di catturare il traffico di rete, etc, ma appaiono tutte attività che il malware esegue dopo che si è installato sul sistema. Sino a quando non sarà chiarita quale sia la modalità con cui possa eventualmente “infettare” un sistema, l’informazione che Windows 10 sia attaccabile o vulnerabile è priva di fondamento, e quindi, al momento, è da considerarsi almeno disinformazione, se non proprio FUD. [aggiornamento lunedì 22/05/2017 10:00] Rilancio un’ agenzia ANSA che ha confermato i miei timori di possibile disinformazione: “I nostri team della sicurezza – scrive in una nota la Microsoft – hanno esaminato Athena e hanno accertato che questo software non sfrutta vulnerabilità dei prodotti Microsoft. Athena funziona solo in un sistema operativo che è stato già compromesso con un attacco portato in un altro modo“.
  • (FAQ11) Si legge di diversi tool utili per la decifratura dei file colpiti da #WannaCry tra cui #WannaKey e #WanaKiwi . Sono davvero efficaci ed affidabili?
    • Rimandandovi all’articolo di Luca Scarcella (La Stampa) per aiutarvi a saperne di più e per recuperare il link del blog di Matt Suiche da cui è possibile scaricare il tool citato, mi sento solo in dovere di allertarvi sul fatto che d’ora in avanti sulla scia di WanaKiwi potranno proliferare i tool che dichiareranno di riuscire nell’intento di aiutarci a recuperare i file cifrati da ransomware, ma dovremo porre estrema attenzione alla fonte di chi ce li proporrà poiché non potremo sapere se il tool che poi scaricheremo non contenga altro codice malware …

Quali soluzioni sono disponibili per fronteggiare attacchi di questo tipo?

Vi riporto considerazioni valide in generale, ma spero non vi scandalizzi se le declino segnalandovi quelle che sono parte della nostra Microsoft Security Platform come condivisa nel mio post di inizio anno:

  • Alla luce di quanto indicato al punto 5, ribadisco l’importanza di aggiornare i sistemi con urgenza e di adottare appena possibile le versioni più recenti del software in uso, che per l’ambito sistemi operativi Microsoft si traduce nell’auspicata adozione di Windows 10 per i client e Windows Server 2016 per i server.
  • Considerando le email di phishing con allegati infetti e link pericolosi come vettore di attacco primario, la soluzione principe è quella che si propone di proteggere e rilevare attacchi 0-day che giungono proprio attraverso le email: Office 365 Advanced Threat Protection.
  • Le soluzioni antimalware più tradizionali si sono ovviamente mosse a valle dell’analisi e relativa produzione di firme in grado di rilevare la minaccia una volta nota, per l’ambito Microsoft questo è stato indirizzato da Windows Defender già venerdì 12.
  • L’attività anomala del codice worm che tenta l’automatica propagazione tramite la rete è una tipica attività rilevabile dalle moderne soluzioni di endpoint protection di tipo anti-APT: per l’ambito Microsoft questo si traduce nella soluzione di Windows Defender Advanced Threat Protection.
  • Le caratteristiche delle soluzioni di archiviazione documentale basate sul cloud computing possono essere d’aiuto nella possibilità di mantenere lo storico delle versioni dei file e quindi di poter recuperare la versione originale del file prima che venga cifrato dal ransomware: per Microsoft questo si traduce in OneDrive for Business come parte di Office 365.
  • L’adozione di Virtual Machine ospitate dalla piattaforma Azure nella modalità IaaS garantisce che le stesse siano fornite perfettamente aggiornate con le necessarie patch di sicurezza, di cui trovate documentazione a questo link: Azure GuestOS MSRC updates.
  • Le soluzioni di tipo Cloud Access Security Broker, come la nostra Microsoft Cloud App Security, possono implementare policy di blocco nel caso si osservino upload verso le soluzioni di cloud storage (esempio, OneDrive for Business) di file con una determinata estensione tipica di un ransomware (esempio *.WNCRY nel caso di WannaCry).

Nel mentre mi accingo a completare la prima versione di questo post (che conto di aggiornare nei prossimi giorni con ulteriori risorse se necessario), vengo a conoscenza della pubblicazione del blog post del nostro Brad Smith, President & Chief Legal Officer, che vi rilancio prontamente:

The need for urgent collective action to keep people safe online: Lessons from last week’s cyberattack

A giudicare dai suoi contenuti avremo presto da discuterne…

A presto!

Feliciano

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